• 4 Dicembre 2022

Infortunio da Covid: cosa ci dicono i dati

Perché l’infezione da Covid-19 al lavoro è un infortunio

Non tutti sanno che il riconoscimento dell’infortunio per causa di malattie infettive o parassitarie, fattispecie nella quale rientra l’infezione da SARS-CoV-2, non è stato introdotto in occasione della pandemia tutt’ora in corso, ma era già preesistente.

Infatti, la copertura assicurativa era già stata prevista per la malaria, per le epatiti virali, per l’Aids, per il tetano e altre casistiche analoghe. In questo senso, quindi, seguendo l’orientamento già esistente in tema di coperture assicurative INAIL, il comma 2 dell’art.42 del DL 18 del 17 marzo 2020 (Decreto “CURA ITALIA”) ha ribadito il concetto che l’infezione da virus SARS-CoV-2, in occasione di lavoro, è causa di infortunio e non di malattia, perché la causa virulenta è equiparata a quella violenta e per questo si tratta di infortunio e non di malattia professionale.  Non solo; la norma tutela come infortunio anche il periodo di quarantena o di permanenza domiciliare fiduciaria.

L’infortunio si “apre” con il datore di lavoro che invia la denuncia sapendo però che, per l’ammissione del caso alla tutela INAIL, occorre il certificato del medico che deve attestare la conferma diagnostica del contagio.

Sulla questione relativa alle tipologie di lavoratori che sono considerati esposti professionalmente all’infortunio per infezione da Sars-CoV2, ad iniziare dal personale sanitario, non entriamo in questa sede, rimandando alle circolari di chiarimento che l’INAIL ha emanato reperibili sul sito di quell’Istituto. (vedasi circolare 3 aprile 2020 n.13).

I numeri al 28 Febbraio 2021

Quello che ci interessa approfondire in questa sede sono i dati degli infortuni da Covid-19, sapendo che rappresentano solo una parte del fenomeno delle infezioni, perché sono dati relativi esclusivamente gli assicurati INAIL, i quali, com’è noto, non rappresentano tutto il mondo del lavoro, essendo stimati in almeno 3 milioni le persone che lavorano ma che non rientrano nei canoni della tutela erogata sulla scorta di quanto previsto dall’attuale quadro normativo risalente al D.P.R. 30 giugno1965, n. 1124.

Questo aspetto andrebbe tenuto presente dalle Parti Sociali per i profili di iniquità esistenti in termini di tutela del mondo del lavoro che, nonostante alcuni ampliamenti avvenuti con il D.lgs 23 febbraio 2000, n. 38, lascia ancora scoperta la miriade di forme di lavoro sviluppatesi nella grande frammentazione del mondo del lavoro italiano. Una situazione che, nonostante le proposte di ampliamento della platea degli assicurabili, formulate dal Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell’INAIL e riprese dal Presidente e dal Consiglio di Amministrazione dell’Istituto, non hanno trovato finora riscontro da parte del Legislatore.

Con l’avvertenza di non confondere la situazione generale dell’intera popolazione italiana con quella parziale degli assicurati, le denunce di infortunio da Covid-19 pervenute all’INAIL al 28 febbraio 2021, da inizio pandemia erano 156.766 (Fonte “INAIL-Scheda nazionale infortuni sul lavoro da Covid-19” n.14 – Febbraio del 23 marzo 2021).

Il Report prodotto nella fonte citata ci dice che questo numero, che ricordiamo è un numero soggetto a successivi assestamenti, rappresenta circa un quarto di tutte le denunce di infortunio pervenute dal gennaio 2020. Su quattro denunce di infortunio una è per Covid-19.  Sembra poco ma è una enormità, anche in relazione alla flessione degli infortuni “classici” registrata a seguito della contrazione delle attività produttive determinata dal primo lockdown in poi.

Un altro dato interessante è che, del totale dei contagiati della popolazione italiana comunicati dall’Istituto Superiore di Sanità (I.S.S.), entro il 28 febbraio 2021, le denunce di infortunio all’INAIL rappresentano “solo” il 5,4%. Questo dato va tenuto in correlazione con il fatto che la seconda ondata di contagi ha registrato un numero più alto di denunce, visto che il periodo ottobre 2020-febbraio 2021 ha determinato il 64,4% del totale delle denunce dall’inizio dell’epidemia nel Paese.

Sicuramente avrà influito la maggiore perniciosità delle varianti del virus ma, crediamo, anche perché con il passare del tempo si è diffusa una maggiore consapevolezza che infettarsi al lavoro è una casistica da denunciare all’INAIL come infortunio e non all’INPS come malattia. La differenza, in termini di tutela, laddove l’esito sia infausto ovvero, guarendo, si abbiano dei postumi invalidanti, come si sta riscontrando, è enorme.

Bisognerebbe capire quanti siano stati i casi di infortunio da infezione non denunciati, specialmente nel corso della prima ondata, per mancata conoscenza della fattispecie che ancora oggi andrebbe divulgata maggiormente tra i datori di lavoro e tra i lavoratori.

Andamenti: denunce di infortunio e gli infortuni mortali

Le denunce con esito mortale sono state 499, in questo caso lo 0,5% del numero complessivo dei deceduti nazionali comunicati dall’I.S.S., con un andamento che, in questo caso, ha visto i numeri più importanti all’inizio, durante la prima ondata, per scemare man mano venendo avanti con i mesi durante la recrudescenza della pandemia tuttora in corso. Infatti, “il 37,7% sono deceduti ad aprile, il 25,7% a marzo, l’11,6% a dicembre, l’11,0% a novembre, il 4,4% a maggio, l’1,6% ad ottobre, l’1,2% a luglio, l’1,0% a giugno, e lo 0,2% sia a agosto che a settembre del 2020; a gennaio 2021 la quota è pari al 3,8% e a febbraio 2021 pari all’1,6%”. (Fonte Inail)

Come dire che l’esito mortale è andato via via scemando durante la seconda ondata.

Per gli infortuni non mortali, invece, il fenomeno è invertito

Infatti, la punta massima della prima ondata si è registrata a marzo 2020 con il 18,1% mentre nel corso della seconda si è registrato un 24,5% nel mese di novembre, sceso poi al 15,2% a dicembre, i dati di gennaio e, soprattutto, febbraio 2021, rispettivamente 7,7% e 1,7% vanno presi con il beneficio di inventario a causa della loro provvisorietà.

https://www.inail.it/cs/internet/docs/alg-scheda-tecnica-contagi-covid-28-febbraio-2021.pdf

Le donne si infettano di più ma muoiono molto di più gli uomini

Un altro dato che balza agli occhi è il rapporto di genere tra le denunce generali che vede la preponderanza di donne con 109.066 contro le 47.700 degli uomini. Quindi una percentuale media nazionale del 69,6% femminile contro il 30,4% maschile che vede su scala regionale la minoranza delle denunce femminili solo in Sicilia e Campania con il 47,0% e il 45,3%.

Situazione che si inverte prepotentemente per quanto riguarda gli infortuni da Covid-19 con esito mortale con gli uomini addirittura all’83% (414 casi) rispetto al rimanente 17% delle donne (85 casi).

La distribuzione territoriale delle denunce, anche in virtù degli effetti della prima ondata concentratasi in alcune zone del Paese, vede il nord-ovest con ben il 44,6% del numero totale delle denunce, al quale si aggiunge il 24,3% del nord-est per un complessivo 68,9% che, trattandosi di denunce legate ad eventi lavorativi, ricalca la geografia produttiva del Paese. Segue il Centro con il 14,5%, il sud con il 12,1% e le Isole con il rimanente 4,5%.

Ovviamente le professioni più colpite sono quelle che operano nella sanità e dell’assistenza sociale con il 68,4% delle denunce, poi vengono: l’amministrazione pubblica con il 9,2%, il noleggio  i servizi di supporto (servizi di vigilanza, di pulizia, call center,…) con il 4,4%, il manifatturiero con il 2,8%, il trasporto e magazzinaggio con il 2,5% e via via altre tipologie di attività.

Vaccini tra obblighi e doveri e accordo tra le Parti Sociali per farli nei luoghi di lavoro

La questione della obbligatorietà della vaccinazione, soprattutto degli operatori della sanità, fa ancora molto discutere. Dopo il clamore mediatico suscitato dal caso dell’ospedale San Martino di Genova e la rilevante ordinanza del tribunale di Belluno il Decreto Legge 1° aprile 2021, n. 44, tra le altre cose, ha previsto delle “Disposizioni urgenti in materia di prevenzione del contagio da SARS-CoV-2 mediante previsione di obblighi vaccinali per gli esercenti le professioni sanitarie e gli operatori di interesse sanitario”. Il 6 aprile 2021, poi, le Parti Sociali, sotto l’egida del Governo Draghi, hanno trovato un’intesa per praticare le vaccinazioni nei luoghi di lavoro.

Per entrambi gli aspetti avremo modo di sviluppare presto ulteriori approfondimenti.

Chiudiamo segnalando il rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità: “Rapporto ISS COVID-19 n.4/2021 “Indicazioni ad interim sulle misure di prevenzione e controllo delle infezioni da SARS-CoV-2 in tema di varianti e vaccinazione anti-COVID-19”, denso di aspetti peculiari molto interessanti e utili da conoscere.

https://www.iss.it/rapporti-covid-19/-/asset_publisher/btw1J82wtYzH/content/id/5659920

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