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Il luogo che non c’è: quel memoriale storico dei morti sul lavoro proposto e mai realizzato

DiRedazione

Apr 29, 2026

Pubblichiamo, per gentile concessione della Fondazione Argentina Altobelli Ets che ne ha curato l’edizione, un breve estratto del libro di Michelangelo Ingrassia: «È possibile non ricordare? Dalla strage del Frejus (1871) alla campagna Uil “zero morti sul lavoro” (2021)», che ricostruisce centocinquanta anni e oltre di storia sindacale, culturale e politica della salute e sicurezza sul lavoro.

Facciamo i complimenti al professor Ingrassia, nostro sostenitore fin dall’inizio, per questo lavoro prezioso. Il suo libro vale davvero la pena di essere letto. La Redazione

Il luogo che non c’è:
quel memoriale storico dei morti sul lavoro proposto e mai realizzato

Non manca in ogni città italiana il monumento ai caduti sul lavoro, cui si stanno aggiungendo ora pure le panchine bianche . Esiste persino un santuario dedicato alle vittime sul lavoro, ufficialmente istituito dall’Arcidiocesi di Campobasso-Bojano, nella chiesa di Santa Maria di Costantinopoli, a Pietracatella, in Molise, dove ogni mese i fedeli si riuniscono per pregare nel ricordo di tutti coloro che muoiono sul lavoro . Si tratta, tuttavia, di luoghi e simboli del ricordo o della preghiera, che ispirano sentimenti di speranza, compassione o irritazione, che ricordano il sacrificato, il martire. Ma il ricordo non è memoria storica. C’è un episodio che aiuta a comprendere la differenza tra ricordo e memoria storica. Nell’aprile 2007, quando nell’arco di una giornata morirono in varie parti d’Italia 6 persone sul lavoro, l’allora Presidente del Consiglio Romano Prodi definì “martiri” i lavoratori deceduti. Commentando quella parola, Elena Polidori osservò che:

pur comprendendo ciò che il Primo Ministro voleva denunciare, non sembra però il termine giusto; non ci si immola certo per un salario, né si va a lavorare sospinti dall’idea che la nostra vita possa acquisire un’importanza secondaria rispetto a quella di portare a casa la pagnotta. È l’esatto contrario: si lavora per vivere, non per morire. Più che martiri, dunque, i caduti sul lavoro sono morti ammazzati, vittime di omicidi che l’attuale cultura del lavoro ha reso solo merce disponibile, declassificando le risorse principali di un’impresa ad oggetti subordinati, interscambiabili tra loro.

La memoria storica va oltre il ricordo del martire, tiene vivi i moventi sociali e politici del dramma, rievoca il componimento tragico nella sua trama e nei suoi personaggi, tramanda un messaggio che è anche un monito e una denuncia insieme, si rivolge alle coscienze non alle emozioni. Il ricordo è un pensiero, la memoria storica è un pensiero che vuole farsi azione. In Italia ci sono tanti luoghi del ricordo in cui i defunti del lavoro vengono onorati, nelle giornate nazionali e mondiali loro riservate, con il consueto omaggio floreale e rituale discorso ma non c’è un luogo della memoria storica, un memoriale. Lo rilevava nel 2009 Pio Cerocchi quando, all’approssimarsi del centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia, auspicava la progettazione di un memoriale per i lavoratori morti sul lavoro da realizzare proprio nel 2011, anno simbolo dell’unificazione nazionale. Cerocchi, appellandosi al circuito retorico del numero dei morti sul lavoro, delle cause ricorrenti, del clamore che l’infortunio suscitava nelle commemorazioni pubbliche e nei commenti sui media ma che ben presto si affievoliva fino a scomparire del tutto, illustrava le ragioni culturali e identitarie di un memoriale storico per i morti sul lavoro, contestando proprio quel circuito delle retoriche della sicurezza:

Un circuito perverso che dovrebbe essere interrotto, non tanto con nuovi provvedimenti perché già esistono normative rigorose, quanto piuttosto con un impegno culturale più evidente, e l’occasione potrebbe essere compresa tra le tante iniziative poste in cantiere per ricordare i 150 anni dell’Unità d’Italia. Riconoscendo così che questo risultato giustamente ancora celebrato, comprende al proprio interno non solo le testimonianze spesso coraggiose ed eroiche di quanti, sul terreno politico e sui campi di battaglia, si sono battuti per l’unificazione del Paese, ma anche il contributo silenzioso di tutti coloro che, pur non in armi, questo Paese hanno contribuito ad edificarlo e ad arricchirlo con l’ingegno e il lavoro. Giustamente in occasione della festa della Repubblica, ai principali soggetti dell’economia, viene conferito come riconoscimento onorifico il titolo di “ Cavaliere del Lavoro”; ma è fin troppo ovvio osservare che parte di quei riconoscimenti andrebbe proporzionalmente distribuito ai dipendenti più meritevoli delle imprese degli industriali ascritti a quel rango prestigioso. E tanto più quando c’è chi per il raggiungimento degli importanti livelli produttivi, finisce per rimetterci la vita. E allora non si capisce perché, come giustamente si ricordano i caduti delle Forze armate (che compaiono in Costituzione all’articolo 52), non si possa fare altrettanto per i caduti sul lavoro. Migliaia di storie e di nomi da poter riempire un intero sacrario, se ve ne fosse uno dedicato al loro sacrificio. Nomi e storie quasi sempre umili, da affidare alla memoria, per evidenziare l’importanza del lavoro nella storia di quello Stato che presto compirà 150 anni di vita. Un memoriale (e sarebbe bello pensare a qualche progetto da realizzare per il 2011) tanto più necessario se si pensa ai gravissimi problemi del lavoro in questo periodo di crisi economica […] È giusto festeggiare gli anni dell’Italia unita, ma se si vuole che il festeggiamento sia più condiviso, occorrerà mettere in cantiere qualche progetto che ricordi il sacrificio dei lavoratori .

Il memoriale storico auspicato da Pio Cerocchi non è mai stato realizzato perché ancora oggi prevale culturalmente quell’uso retorico del linguaggio, della gestualità, della narrazione, dei simboli e riti che tende a depotenziare – spesso anche intenzionalmente – la gravità dei fatti rendendo neutra, ossia incolpevole, l’organizzazione del lavoro; ma anche perché la memoria storica, che è sempre di lungo periodo, rende evidente quel nesso tra infortunio e lavorazione che sfugge all’analisi statistica del fenomeno ma che invece è una costante nella storia della salute e sicurezza delle lavoratrici e dei lavoratori.

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