• 1 Luglio 2022

Correlazione tra disturbi muscolo scheletrici e parasociali

L’APPROCCIO OLISTICO ALLA VALUTAZIONE DEL RISCHIO 

I disturbi muscoloscheletrici (DMS) sono uno dei disturbi più comuni legati al lavoroe interessano lavoratori di qualsiasi settore e categoria professionale.

Secondo un’indagine sulla situazione dei lavoratori dell’Unione europea (EU-LFS), il 60% di tutti i lavoratori che lamentano un problema di salute in ambito lavorativo individuano nel disturbo muscoloscheletrico il problema più grave, mentre il 16% fa riferimento a stress, depressione e ansia.

Movimenti ripetitivi, postura seduta prolungata e sollevamento di carichi pesanti sono solo alcuni dei fattori di rischio che contribuiscono alla comparsa di questi disturbi, i quali possono colpire muscoli, articolazioni, tendini o ossa: l’impatto negativo che hanno sulla qualità della vita dei lavoratori è palese.

Pertanto affrontare i disturbi muscoloscheletrici in azienda è una scelta molto prudente, perché, in questo modo, si può contribuire al miglioramento della vita dei lavoratori.

I FATTORI DI RISCHIO

La maggior parte dei DMS lavoro correlati si sviluppa nel tempo. Fino ad oggi le misure necessarie a ridurre i rischi di disturbi muscoloscheletrici sul luogo di lavoro riguardavano perlopiù fattori relativi al lavoro fisico. Tuttavia, la relazione tra DMS e fattori psicosociali, come ad esempio un carico di lavoro eccessivo o la mancanza di sostegno, costituisce oggi un aspetto molto importante. I rischi psicosociali infatti possono portare alla manifestazione di disturbi muscoloscheletrici ovvero possono aggravarli e viceversa tali disturbi possono essere associati a fattori psicosociali.

Fattori di rischio fisici e biomeccaniciFattori di rischio organizzativi e psicosociali
– movimentazione dei carichi, specialmente durante le fasi di flessione e torsione;
– movimenti ripetitivi o che richiedono uno sforzo continuo;
– posture scomode e statiche;
vibrazioni, scarsa illuminazione o ambienti di lavoro freddi;
– ritmi intensi di lavoro;
– rimanere seduti o in piedi a lungo nella stessa posizione. 
– elevata intensità lavorativa e bassa autonomia;
– assenza di pause o di possibilità di cambiare le posture lavorative;
– lavorare molto velocemente, anche conseguentemente all’introduzione di nuove tecnologie;
– lavorare per lunghe ore o a turni;
bullismo, molestie e discriminazione sul luogo di lavoro;
– bassa soddisfazione sul lavoro. 

Tutti i fattori psicosociali e organizzativi (soprattutto se uniti ai rischi fisici) che in generale portano a stress, fatica, ansia o altre reazioni, possono di conseguenza aumentare il rischio di DMS.

E’ POSSIBILE PREVENIRE TALI DISTURBI?

Per affrontare al meglio i disturbi muscoloscheletrici, i datori di lavoro potrebbero ricorrere a:

una valutazione dei rischi: adottare un approccio olistico, valutare e affrontare l’insieme delle cause. È importante inoltre tenere conto di quei lavoratori che potrebbero essere più a rischio di soffrire di DMS. La priorità risiede nell’eliminare i rischi, ma anche nell’adattare il lavoro ai lavoratori;

una partecipazione dei dipendenti: coinvolgere i lavoratori e i loro rappresentanti nelle discussioni su possibili problemi e soluzioni.

È innanzitutto importante che tutti i lavoratori ricevano informazioni, istruzioni e formazione adeguate sulla salute e sulla sicurezza sul luogo di lavoro e che sappiano come evitare rischi e pericoli specifici.

Dal punto di vista legislativo, la prevenzione dei disturbi muscoloscheletrici è trattata nel D.Lgs. 81/08 sia indirettamente (es. con richiamo alle condizioni di lavoro ergonomiche o alla valutazione di tutti i possibili rischi presenti nell’unità produttiva) sia direttamente, con specifiche indicazioni (ad esempio per quanto riguarda la movimentazione manuale dei carichi o la postura assunta durante l’uso di videoterminali).

In generale, le misure di prevenzione, possono riguardare i seguenti ambiti:

configurazione del luogo di lavoro: adattare la configurazione per migliorare le posture lavorative;

attrezzatura: assicurarsi che sia concepita in modo ergonomico e adatta alle mansioni da svolgere;

mansioni: cambiare metodi o strumenti di lavoro;

gestione organizzativa: pianificare il lavoro onde evitare lavori ripetitivi o prolungati con posture scorrette. Pianificare pause, avvicendarsi nello svolgimento delle mansioni o riassegnare il lavoro;

fattori organizzativi: definire una politica sui DMS per migliorare l’organizzazione del lavoro e l’ambiente psicosociale sul luogo di lavoro nonché promuovere la salute muscoloscheletrica.

Le azioni di prevenzione dovrebbero anche tenere conto dei cambiamenti tecnologici in termini di attrezzature e digitalizzazione dei processi di lavoro e dei cambiamenti nelle modalità di organizzazione del lavoro che ne conseguono.

Anche il monitoraggio della salute, la promozione della salute nonché la riabilitazione e il reinserimento dei lavoratori già affetti da DMS devono essere presi in considerazione nell’approccio usato per la gestione di tali disturbi.

IL PROGETTO DELL’EU-OSHA

Diversi studi hanno riscontrato una relazione tra disturbi muscolo-scheletrici e fattori psicosociali, come ad esempio un carico di lavoro eccessivo, la mancanza di autonomia o la scarsa comunicazione negli ambienti di lavoro. Questi rischi psicosociali possono contribuire all’insorgenza di DMS o possono aggravarli.

L’EU-OSHA, Agenzia europea per la salute e sicurezza sul lavoro, ha realizzato un documento dedicato alla prevenzione dei disturbi muscoloscheletrici lavoro-correlati. Tale relazione integra la campagna 2020 – 2022 intitolata “Ambienti di lavoro sani e sicuri. Alleggeriamo il carico!”. 

L’obiettivo della campagna consiste nell’analizzare le problematiche associate ai DMS lavoro correlati: il progetto ha esaminato in modo particolare le politiche e le misure da adottare sul luogo di lavoro per favorire la prevenzione dei DMS lavoro correlati e la gestione dei DMS cronici. 

Viene fatto presente dall’Agenzia che spesso le misure volte a prevenire e gestire i DMS sono semplici e poco costose. Il progetto interessa lavoratori e datori di lavoro di tutti i settori, concentrandosi in particolare sui settori ad alto rischio, come quello dell’assistenza sanitaria e dell’educazione della prima infanzia.

Il documento, prodotto in lingua inglese, presenta utili raccomandazioni per un approccio efficace alla prevenzione dei DMS e illustra in che modo le aziende possono contribuire al ritorno al lavoro dei lavoratori che si stanno ristabilendo da problemi muscoloscheletrici.

LA RELAZIONE DEI DMS CON I FATTORI DI RISCHIO PSICOSOCIALE IN AMBITO LAVORATIVO

Il mondo del lavoro è oggigiorno sottoposto a notevoli cambiamenti causati dalla sempre più diffusa digitalizzazione, dall’aumento dell’uso del computer e dalla riduzione del lavoro fisico. Il lavoro diventa più veloce e complesso, con la presenza di maggiori ripetizioni, più posizioni statiche prolungate e/o posture scorrette, ad esempio quando si lavora da casa in una postazione di lavoro ergonomicamente non adeguata.

Come è avvenuto in maniera quasi costante nell’ultimo periodo caratterizzato dal contesto pandemico che ci ha visti coinvolti, nel quale ci siamo trovati ad affrontare forzatamente il lavoro da remoto, stravolgendo sia le nostre abitudini di vita quotidiana che quelle legate all’organizzazione lavorativa.

La relazione prodotta da EU-OSHA, riguardo ai disturbi muscoloscheletrici, con riferimento alle malattie periarticolari degli arti e della colonna vertebrale e a una serie di sindromi dolorose multiple o localizzate, si sofferma in particolare su mal di schiena, DMS degli arti superiori e del collo e DMS degli arti inferiori.

Mentre in riferimento al benessere mentale, alla salute mentale, viene fatto riferimento alla definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) : si tratta di “uno stato di benessere nel quale una persona può realizzarsi, superare le tensioni della vita quotidiana, svolgere un lavoro produttivo e contribuire alla vita della propria comunità“.

Quindi qual è l’associazione dei disturbi muscoloscheletrici con i fattori di rischio psicosociale?

Innanzitutto nel documento viene fatto riferimento allo stress biomeccanico: “s’intende il fatto che le strutture delle articolazioni delle braccia (tendini, nervi, vasi sanguigni ecc.), sono ‘progettate’ per effettuare dei movimenti con una soglia limite di velocità, di durata, di posture, di applicazione di forza ecc.”.

L’esposizione prolungata ad un sovraccarico biomeccanico può causare disturbi e patologie dell’apparato muscolo-scheletrico, nervoso e tendineo che nei casi più gravi possono comportare invalidità permanenti.

Riguardo quindi all’associazione dei rischi psicosociali con i disturbi muscoloscheletrici il documento dell’Agenzia indica che se lo stress biomeccanico è un fattore importante in relazione ai DMS, anche i fattori psicosociali sono inequivocabilmente collegati ai disturbi muscoloscheletrici. E l’effetto combinato di fattori biomeccanici e psicosociali è maggiore degli effetti correlati ai fattori economici e alle caratteristiche del lavoratore (genere, età, istruzione, origine).

Inoltre il rapporto denota che le variabili legate all’orario di lavorohanno un forte impatto negativo, mentre i fattori legati all’autonomia lavorativa non hanno in realtà alcun effetto rilevante.

Lo studio ha esaminato la relazione tra i fattori psicosociali sul lavoro e i DMS lavorativi basandosi su un quadro concettuale col quale sono stati esplorati tre percorsi che collegano le caratteristiche del lavoro alla salute del lavoratore:

un percorso biomeccanico, che collega gli sforzi fisici ai DMS e può influenzare il benessere come risultato secondario;

un percorso psicosociale, che collega lo sforzo mentale al benessere e può tradursi in DMS come risultato secondario;

percorsi di prevenzione, che indicano come le caratteristiche organizzative, le prassi lavorative e le caratteristiche del lavoratore possono intervenire direttamente nei percorsi biomeccanici e psicosociali.

Bisogna poi notare che l’associazione negativa tra fattori psicosociali e DMS può funzionare anche in senso inverso: avere un DMS può intensificare o accentuare la percezione di alcuni fattori psicosociali.

Viene poi indicato che sono stati fatti molti tentativi per presentare, sotto forma di modelli, le complesse relazioni tra i fattori di rischio sul posto di lavoro, l’individuo e i disturbi muscolo-scheletrici. Un modello ideale dovrebbe riguardare sia i fattori di rischio fisici che psicosociali e dovrebbe anche tenere conto dell’eventuale influenza dell’ambiente esterno non lavorativo. Senza dimenticare che, come la forma fisica individuale può controllare l’influenza dei fattori fisici, così anche l’ambiente psicologico esterno può controllare quella dei fattori psicosociali.

Il documento si sofferma successivamente sul meccanismo con cui i rischi psicosociali esercitano la loro influenza, meccanismo che ancora non è del tutto comprensibile, nonostante sia evidente l’ascendente che i fattori psicosociali hanno sullo sviluppo dei sintomi di DMS.

Potrebbe ad esempio capitare che:

le richieste psicosociali producano un aumento della tensione muscolare ed aggravare lo sforzo biomeccanico legato al compito;

le richieste psicosociali influenzino la consapevolezza e la segnalazione dei sintomi muscoloscheletrici e/o la percezione della loro causa;

episodi iniziali di dolore inneschino una disfunzione cronica del sistema nervoso, fisiologica e psicologica;

i cambiamenti nelle richieste psicosociali siano associati a cambiamenti nelle richieste fisiche e nelle sollecitazioni biomeccaniche.

Probabilmente il fattore determinante è attribuibile in realtà a una combinazione di più meccanismi.

Ciò nonostante, il fatto che non si comprenda a pieno come i fattori di rischio psicosociali condizionino il rischio di disturbi muscolo-scheletrici, non dovrebbe in ogni caso impedirne la prevenzione.

Non esistono ancora delle precise regole da seguire per attuare gli interventi di prevenzione, ma, in ogni caso, qualsiasi azione sul posto di lavoro che affronti i rischi psicosociali e i DMS dovrebbe adottare un approccio olistico in relazione alla causalità multifattoriale dei disturbi. Un approccio di questo tipo dovrebbe affrontare sia i fattori di rischio psicosociali che quelli fisici.

Se si vuole avere un approccio olistico, qualsiasi strategia di intervento ha bisogno in modo particolare del coinvolgimento e della partecipazione di tutta la forza lavoro. La partecipazione dovrebbe essere un processo attivo, con consultazione e discussione in tutte le fasi del ciclo di prevenzione del rischio.

 Sempre l’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (EU-OSHA, 2021) ha infatti segnalato che un approccio partecipativo migliora l’identificazione dei rischi e la ricerca di idonee soluzioni. 

Tuttavia, come avviene per qualsiasi rischio sul posto di lavoro, rimuovere o ridurre qualsiasi pericolo alla fonte è la scelta migliore per fornire un risultato positivo, evitando di concentrarsi in modo eccessivo sul singolo lavoratore. 

IN CONCLUSIONE

Dalla relazione dell’EU-OSHA sono quindi emerse alcune indicazioni del collegamento tra fattori di rischio psicosociale sul lavoro e DSM, per esempio:

il basso sostegno sociale sembra essere legato a dolori muscolari in tutte le regioni del corpo, soprattutto nella parte bassa della schiena, al collo e alle spalle;

un basso livello di controllo del lavoro, che include una mancanza di autorità decisionale, è invece direttamente correlato al dolore alla schiena, al collo, alle spalle, ai polsi, ai gomiti, alle anche e alle ginocchia;

la mancanza di appagamento della propria attività lavorativa sembra essere associata al dolore alle estremità superiori e alla parte bassa della schiena;

i conflitti tra lavoro e vita privata sono connessi a dolori muscoloscheletrici soprattutto nella zona lombare.

Al contrario è risultato che essere coinvolti attivamente sulle decisioni in relazione alla propria attività, essere soddisfatti del proprio lavoro, avere un trattamento equo in ambito lavorativo e poter fare una pausa quando necessario non sono associatiai disturbi muscoloscheletrici, indicando così un possibile effetto protettivo.

LA MINDFULNESS IN AZIENDA

Il richiamo all’approccio olistico che bisognerebbe adottare per affrontare sia i fattori di rischio psicosociali che quelli fisici, potrebbe essere quello di intraprendere la via della Mindfulness in azienda.

La mindfulness è una disciplina molto antica che negli ultimi vent’anni è entrata a far parte anche della cultura occidentale. Portare la mindfulness in azienda significa puntare al proprio benessere e a quello dei dipendenti. Un modo concreto, per essere più centrati e consapevoli, e ottenere un incremento naturale della produttività.

Portare in azienda questa disciplina vorrebbe dire ridurre lo stress e migliorare il benessere sul posto di lavoro, con conseguente aumento della motivazione, dell’impegno e della produttività dei singoli dipendenti.

La mindfulness è ormai praticata nelle multinazionali, come nelle piccole imprese. Offrire a sé stessi, e ai propri collaboratori, la possibilità di meditare sul lavoro, consente di intraprendere percorsi di consapevolezza, per affinare uno strumento potente di benessere e produttività.

La pratica della Mindfulness infatti, favorisce la possibilità di essere in relazione con sé stessi e sviluppare consapevolezza su come il proprio mondo interno sia in rapporto con il mondo in cui siamo immersi, momento dopo momento. Attraverso la Mindfulness dunque, si sviluppa la capacità di portare attenzione al momento presente, la consapevolezza e l’accettazione.

Dalle indagini condotte sui beneficiottenuti in seguito alla pratica della Mindfulness in azienda, è scaturito che coloro che si dedicano alle pratiche di consapevolezza basate su questa disciplina, hanno un tono dell’umore più alto, sono calmi e sereni e riescono a gestire al meglio le tensioni dovute al lavoro.

Barbara Garbelli

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